Alma Y Spirito

La mia ultima fatica, si chiama Alma Y Spirito, un romanzo che ritenevo di aver completato ma al quale ho deciso di aggiungere altri capitoli.  Visto che è un po’ che ti trascuro, caro blog, mi faccio perdonare pubblicando l’incipit del nuovo romanzo.

Alma y Spirito

Lasciata Cuba a bordo di un peschereccio, ci trasferimmo a Miami, acquistammo una modesta casetta a Hibiscus Island e avviammo un’attività di noleggio di piccole barche da diporto. Gli affari andavano a gonfie vele e tra noi tutto filava a meraviglia riempendo le nostre giornate d’inebriante felicità. Vivevamo in Florida da qualche anno quando Maria mi annunciò di essere incinta. Ci sposammo la settimana seguente con un’intima cerimonia sul mare al tramonto a Key Biscayne scambiandoci le promesse rivolti verso sud in direzione di Cuba dove entrambi  avevamo lasciato una grossa fetta del nostro cuore. Il peggio sembrava passato e invece, qualche mese più tardi, mia moglie morì di parto portando con sé la bambina. Se fosse nata, l’avremmo chiamata Florita, come sua zia.

Quel giorno, che avrebbe dovuto essere tra i più belli e indelebili della mia vita, fui rispedito nell’Ade senza preavviso. Svenni quando i medici dell’ospedale mi comunicarono la notizia, poi piansi e implosi in me stesso al punto tale che quasi, ancor oggi, non ho memoria del funerale. Ricordo solo di aver voluto che fossero sepolte nella stessa bara, Maria col suo bel vestito da sposa, la piccola in braccio, nell’assurda consolazione che fossero assieme nell’inesistente aldilà.

Quando le vidi sparire sotto la fredda terra cedetti e mi arresi. Rimasi per mesi rinchiuso in casa a piangere sulle foto del nostro matrimonio, in compagnia del solo desiderio di suicidarmi. Non avevo mai trovato il coraggio di raccontare a mia moglie com’era davvero morta sua sorella e il fatto di non poterle più raccontare la verità mi distruggeva.

Mi ero quasi deciso a farla finita quando arrivò lui. Sapendo che non avrei risposto al telefono, mi scrisse un biglietto e me lo fece recapitare da un portalettere ben pagato. Il cursore si palesò come un’ombra scura, spiò attraverso le finestre della mia abitazione per accertarsi che fossi in casa, poi bussò a lungo e insistentemente, infine minacciò di sfondare l’uscio se non avessi aperto.

Non scherzava, la porta cedette dopo un paio di robuste spallate e un negro enorme irruppe in casa mia. Aveva l’aria gentile e lo sguardo mite. Senza scomporsi, nel bel mezzo del porcile che era diventata la cucina, sorrise con garbo, estrasse un biglietto dal taschino della salopette color crema e me lo porse: “Questo è per lei.” aprì il portafoglio e posò sul tavolo anche un paio di biglietti da cento dollari “E questi sono per pagare il fabbro.” indicò l’entrata divelta. “Le chiedo perdono signore se ho insistito, ma ho ricevuto ordini precisi, non potevo andarmene senza essermi accertato che lei lo avesse ricevuto.” Indicò di nuovo il bigliettino come a esortarmi a fare il mio dovere. “Se non lo legge, non potrò andarmene.” Sorrise paziente ma risoluto.

Pur di togliermelo dai piedi, mi concentrai sulle poche lettere scritte in bella grafia con una stilografica: ‘Molo, ore 8, alla White Whale, vecchio mio.’

Anonimo, conciso, essenziale, nessun accenno di cordoglio: una sola persona al mondo avrebbe osato tanto. Tutt’altro che insensibile, l’autore di quelle poche parole possedeva un’innata e profonda empatia capace di sondare in profondità l’animo umano. Quel breve messaggio si spossessava di ogni fronzolo, non si curava delle forme e mi tendeva la mano come un compagno d’armi che, senza esitare, ti ha salvato la vita rischiando la propria.

L’enorme fattorino sorrise compiaciuto, sistemò la porta alla bell’e meglio e mi salutò: “Il fabbro è già stato avvisato, arriverà tra mezz’ora. Buona giornata signore.” Soddisfatto, gongolò, non attese la mancia, girò sui tacchi e si allontanò come un grosso orso caracollante.

Non contraccambiai il saluto, attesi che fosse uscito e mi lasciai cadere sulla poltrona difronte all’ingresso pensando alla persona che mi aveva cercato in quella maniera singolare. La sua visita era la prima notizia decente dalla morte di Maria, avrei dovuto essere felice, invece piansi addolorato perché sapevo che lui sarebbe riuscito a riportarmi in vita ed io non ne avevo più voglia. Ci eravamo conosciuti alla darsena dove era solito ormeggiare la sua barca così, una sera di qualche anno prima, ci fece l’onore di cenare da noi e da allora non mancò di farci visita una o due volte l’anno.

Attesi il fabbro e, quando se ne fu andato, mi preparai per l’incontro. Mi rasai e feci una doccia, poi indossai il completo di lino bianco e il mio Panama preferito. Alle sette e mezza mi avviai a piedi in direzione del molo, avanzando come un condannato al patibolo. Pensavo a Maria e a sua sorella che mi avevano precocemente abbandonato, se almeno fosse sopravvissuta mia figlia avrei avuto un motivo per tirare avanti.

Mi sentivo solo, maledettamente solo.

Poiché non avevo mangiato da giorni, mi stancai in fretta, tanto che mi dovetti sedere su una delle panchine del litorale a riprendere fiato. Quando Maria era in vita, alcune sere venivamo su queste stesse panche a giocare con le ombre del tramonto: ognuno di noi sceglieva una palma poi stavamo abbracciati in attesa che il sole allungasse l’ombra delle piante fino a raggiungere il mare, vinceva chi aveva scelto quella che per prima toccava l’acqua. Travolto dai ricordi, rimasi disorientato finché gli strilli acuti di un bambino riuscirono a riportarmi alla realtà. Solo allora, irritato, ripresi il cammino di pessimo umore maledicendo colui che mi aveva convinto ad uscire di casa.

Giungemmo assieme al locale, ci salutammo con un lungo sguardo e un cenno del capo, poi, senza proferir parola, entrammo nell’edificio come se fossimo due sconosciuti. Non mi aspettavo da lui alcun segno di condoglianze, sapevo che non avrebbe detto una sola parola sul mio lutto e questo mi consolava. Avrebbe fatto tutto a suo modo, ne ero certo. Lui era una personalità e la gente lo adorava. Negli ultimi anni, tuttavia, era infastidito dalla propria popolarità e odiava il contatto con tutti quegli estranei che cercavano di rubargli un pezzo d’anima che non c’era più. Non so perché mi avesse preso in simpatia, ma qualcosa in me gli piaceva, sospetto che avesse riposto in me l’insana fiducia che fossi in grado di redimerlo. Lui, un genio della letteratura, una vita spesa a tutta velocità, era fragile e oppresso dalla stessa grandezza del proprio pensiero.

Nick Papadopulos, proprietario del White Whale, ci fece accomodare fuori, sul retro della cucina, in un piccolo spazio interdetto ai clienti. Era un angolo angusto dirimpetto all’oceano usato dai camerieri e dai cuochi per concedersi una breve pausa o fumare una sigaretta, una pensilina di legno poggiata su solidi pali in cemento immersi nell’acqua del porto.  Ci consegnarono due sedie da regista e un tavolino di legno di cedro. I mojto arrivarono subito, perfetti come da tradizione del White Whale.

Lui si sedette senza far caso a me, come se non esistessi, orientò lo sguardo al largo e si perse nei suoi pensieri. Sapevo che stava meditando su Maria e mia figlia a modo suo, con quella profondità che va al di là dell’umana commiserazione e assorbe un lutto altrui corredandolo di una propria intima connotazione. Non proferì parola prima di aver consumato il primo Mojito, bevve a piccole e lente sorsate fissando l’orizzonte come se vi si stesse sciogliendo. I suoi capelli bianchi erano mossi dal vento che soffiava con forza dall’atlantico, teneva la testa immobile e la mano sinistra sopra al bicchiere per evitare che le gocce nebulizzate di acqua marina rovinassero il drink.

Sulle prime lo scrutai in attesa che mi dicesse qualcosa ma poi mi arresi riconoscente e volsi anch’io lo sguardo all’orizzonte. Capii che nel silenzio si stava facendo carico del mio fardello, la sua vicinanza valeva per me più di mille parole.

Vuotato lentamente il primo bicchiere, si alzò, ordinò un altro giro, tornò accanto a me e disse: “La Storia non è che un’eredità, a volte pesante a volte leggera, è la vita dei padri che s’infonde nei figli alimentando il flusso delle vicende umane. Eppure la Storia non può svelare se stessa in ogni dettaglio, spesso le note più cupe sono celate sotto cumuli di menzogne nel tentativo di lasciare un ricordo più simile a quel che si sarebbe voluto piuttosto che alla realtà. Il risultato è un racconto, una copia malfatta di un tempo passato, esaurito, irripetibile. Per poter davvero conoscere i fatti, l’uomo dovrebbe imparare a soggiogare il tempo alle proprie necessità, dovrebbe riuscire a fa correre gli orologi all’indietro ma ancora non basterebbe. La storia è arida quanto la ricerca della verità è vana perché la verità altro non è che l’incauto atto di fede del presuntuoso.”

Le lacrime rigavano i suoi occhi chiari persi nell’infinita profondità del mistero della morte e dei ricordi di una vita vissuta sul filo del rasoio ma sempre sulla cresta dell’onda. Si voltò verso di me e attese, questa volta sì, che lo guardassi: “Otto, la realtà è troppo ingombrante, tutti noi preferiamo la Storia.”

Subito non compresi. Riuscii solo a pensare quanto fosse bizzarra questa sua dissertazione giacché nessuno più di lui poteva essere orgoglioso del proprio passato, dell’eredità che avrebbe donato ai posteri. Ed io che eredità avrei lasciato? Avevo appena perso mia moglie e una figlia mai nata, dove voleva andare a parare?

Sulle prime non trovai parole al cospetto di quel monologo assurdo, ma poi mi ricordai quanto lui fosse capace di prendere le cose alla lontana. Se fosse stato troppo diretto, non sarebbe riuscito a distogliermi da miei pensieri, voleva che smettessi di commiserarmi e mi mettessi a pensare. Mi chiesi se stesse parlando di se stesso o se il suo fosse un riferimento al mio lutto e questo bastò a farmi precipitare di nuovo nella disperazione: “La realtà andrebbe cancellata.” Osservai amaro.

“Solo la morte cancella la realtà, è questa l’ingombrante verità.” Aveva già previsto la mia risposta.

Non era venuto a consolarmi quanto piuttosto a condividere con me la sua sofferenza oppure a farla sparire al cospetto della mia: avrebbe vinto il dolore più grande. Quel giorno, seduto di fianco a quell’incredibile personaggio, sotto le filanti e irrequiete nubi di Miami, capii il suo dramma e quasi lo compatii. Lui m’illuminò svelandomi che qualsiasi storia è un peso solo per coloro che ce l’hanno cucita addosso, gli altri sono liberi di osservare, dimenticare o giudicare, col sacrosanto diritto di attendere il proprio turno. Queste parole mi colpirono al punto che mi vergognai di averlo benevolmente invidiato per anni senza riuscire a cogliere la drammaticità della sua esistenza. Quella sera mi sentii davvero vicino a lui come non lo ero mai stato, così, complice il mio lutto, finimmo per ubriacarci sulle sedie e dormimmo all’addiaccio fino al mattino successivo quando, alla riapertura del locale, Nick Papadopulos ci portò del caffè bollente con la consueta gentilezza di chi sa stare al proprio posto. Consumato il caffè, lui liquidò il conto e ce ne andammo in direzione della sua barca senza proferir parola. Ci stringemmo la mano e ci abbracciammo a lungo in una sorta di muto presagio che annunciava un addio imminente. Rimasi a osservarlo mentre saliva sul ponte della sua barca a vela.

“Pensaci Otto!” Affermò a voce alta e stanca senza voltarsi.

“A che cosa?”

“Dovresti scrivere delle tue vicende a Cuba, onorare il loro ricordo, scrollarti la realtà di dosso, solo allora sarai libero.”

“Libero da cosa?”

“Dal peso della Storia. L’essere umano non è programmato per sorreggere con le proprie spalle il fardello del mistero della vita. Condividilo e ti sentirai meglio.”

“Tu credi?”

Non rispose a quella domanda, semplicemente sparì sottocoperta e non riemerse.

Fu l’ultima volta che lo vidi perché qualche mese più tardi si suicidò sparandosi in bocca con il fucile da caccia. La Storia lo aveva sopraffatto svuotandogli l’anima, e l’alcool era stata la sua ultima consolazione. Era una sensazione che ben conoscevo dai giorni di Cuba quando la mia anima era vuota e incontravo lo spirito nel solo bicchiere di Rum.

Me ne tornai a casa stanco, ma senza più il desiderio di farla finita. Pensai e ripensai alle sue parole fino al giorno del suo funerale. Mi presentai al camposanto con due bicchieri e una bottiglia del miglior rum in circolazione, lui avrebbe lo avrebbe certamente apprezzato. Osservai il rito funebre di lontano come lui avrebbe fatto cn me, poi, quando tutti se ne furono andati, rimasi a parlargli sulla sua tomba fino al mattino. All’alba lasciai l’ultimo bicchiere sulla sua lapide e promisi solennemente che avrei seguito il suo ultimo consiglio.

Oggi racconto la mia vita per onorare i morti, tutti, per non dimenticare la lunga scia di eventi che l’ha costellata e perché, in fondo, la pagina bianca è l’ultima amica fedele che mi sta affianco. Narrerò i fatti in terza persona per non cucirmeli addosso e sgravarmi del peso insostenibile della Storia.

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