Il superstizioso

I caratteri – Antichità Verdi

Peppe, toro ascendente vergine, non sarebbe mai diventato medico.

L’oroscopo, quel giorno fatidico, non aveva lasciato spazio all’immaginazione. ‘Né di Venere né di Marte ci si sposa né si parte’ ma loro lo avevano irriso ed erano morti tutti in quel tragico incidente sull’autostrada. Poiché la luna gli era andata di traverso, abbandonò gli studi e si prese la bottega di famiglia sulle spalle.

Ogni mattina s’alzava sul piede destro, si preparava e filava all’edicola, percorreva i portici lunghi fino alla piccola piazza di Tiche per toccarle il ginocchio grassoccio, infine tornava al vicolo stretto e da lì inforcava vicolo corto. Sotto l’insegna della bottega, estraeva le chiavi di tasca ed entrava smanioso di consultar l’oroscopo. Di spazzar per terra non se ne parlava che c’era il rischio di passarsi la scopa sui piedi, men che meno di spolverare col pericolo d’ammazzare qualche ragno ballerino e veder così scemato ogni guadagno. Di quel passo, una spessa coltre di silenzio e polvere non tardò ad adagiarsi sopra ogni cosa, non v’era mobile, lampada o quadro che non fosse d’un grigio immoto. Le ragnatele s’infittirono nella vetrina e la porta della bottega prese l’abitudine a rimaner chiusa sempre più a lungo.

Le Antichità Verdi s’erano rinsecchite.

Lui se ne stava accigliato in piedi dietro al bancone, i gomiti poggiati sul piano, pensando e ripensando alla possibile causa di tanta rovina. Per mesi s’era scervellato chiedendosi tutto il tempo se fosse partito col piede giusto al mattino, se non fosse passato sotto a qualche scala, se avesse incrociato qualche gattaccio nero, se qualcuno avesse avuto motivo di fargli il malocchio. I primi tempi gli parve d’aver peccato d’attenzione in questo o in quel dettaglio, poi gli fu chiaro che gli affari non potevano dipendere da quello: s’era applicato con tanta dedizione a controllar ogni singola mossa quotidiana che gli pareva impossibile l’essergli sfuggito qualcosa. Soppesò quella scoperta per qualche tempo, dapprima incredulo, arrabbiato poi, ma alla fine capì: il calo degli affari non era dovuto a qualcosa ch’egli faceva quanto piuttosto a qualcosa che aveva in bottega.

Principiò così a girar per il negozio studiando gli oggetti che v’erano esposti. Passò in rassegna ogni singolo quadro, ripose nel magazzino al piano interrato tutti quelli raffiguranti gufi, fauni, rune o simboli incomprensibili. Quell’attenzione non sortì l’effetto sperato, così in magazzino finirono specchi antichi, sculture, mezzi busti, orologi a cucù, persino una sovrana viola. Un poco alla volta il negozio si svuotò a favore dello scantinato che s’era, al contrario, gremito fino al soffitto. In bottega non erano rimasti che i mobili più pesanti, qualche lampada e pochi insospettabili oggetti. Per quanto si prodigasse gli affari si facevano sempre più grami.

Quella mattina poggiò il giornale sul banco, lo aprì alla pagina dell’oroscopo e vi lesse ‘Toro, le corna prudono, dategli una bella grattata.’ , ‘Vergine, il velo sta per cadere, copritevi o resterete in mutande.’ Il pronostico era talmente sibillino che al pomeriggio stava ancora rimuginando su quegli oscuri presagi quando udì un rumore di passi all’esterno. Un’ombra a mezzo busto si palesò dietro alla scritta ‘Antichità Verdi’ stampigliata sul vetro opaco della porta d’entrata. Il pomello ruotò nell’esatto momento in cui la pendola a muro cominciò a mettere in fila 17 rintocchi. Quella coincidenza ispirò il nuovo arrivato, un ometto panciuto dagli arti sottili e col viso tondetto, indossava una vistosa giacca rossa. “17 a Sfortuna!” Esordì quello, imitando perfettamente il tomboliere in quel che poggiava per terra uno scatolone più grande di lui.

Peppe, cui era andato il sangue alla testa a sentir quell’esordio, nascose la mano sinistra sotto il banco, toccò tre volte ferro con le punte dell’indice e del mignolo e fissando l’estraneo con sguardo truce in mezzo al tripudio di suoni dei pendoli, pendolini e cucù che risalivano le scale dal magazzino.

“Uelà che sinfonia! Che accoglienza! ” Dichiarò l’ometto impettito e sorridente.

“Come posso esserle utile?” Fu l’eco del padrone della bottega.

“Lei utile a me? No, mio caro. Io posso essere utile a lei! Il mio nome è Tazio Lampis, venditore accreditato Folletto. C’è scritto qui nel tesserino! Pensavo che il negozio fosse chiuso, abbandonato! Poi ho visto un filo di luce provenir dall’interno e mi son detto che qui serve il mio aiuto… a meno che non alleviate blatte e scarafaggi, s’intende.” Estrasse un tubo diritto dallo scatolone e lo brandì a guisa di una spada puntandola verso il muro: “Quella è una presa di corrente?”

“Metta giù quell’affare e non s’azzardi a far mosse avventate.” Sbuffò Peppe.

“Capisco giovanotto, abbassi la guardia, accettiamo qualsiasi tipo di rateizzazione. Non potrà certo tenere il negozio in codeste condizioni. E’ pur vero che polvere siete e polvere ritornerete, ma qui esageriamo!” In quella ficcò la spina nella presa e spinse il pulsante d’accensione.

L’aspirapolvere ululò selvaggiamente.

“Non tocchi i miei ragni per carità!”

“Ragni?” Chiese stupito il venditore spegnendo allarmato l’aspirapolvere perché l’altro, abbandonato il bancone, lo stava caricando a testa bassa.

“Ragno porta guadagno. Ha qualche obbiezione per caso?” Muggì Peppe rompendo gli indugi. 

Tazio, con mirabile gesto tecnico, staccò la spina tirandola per il filo : “E’ una credenza!”

“Non venga a farmi lezioni sulle credenze che a quest’ora potrei essere medico, gente come lei non vale mille lire!” Peppe scaraventò in strada il venditore con una spinta selvaggia: “Non si faccia più vedere da queste parti!” Scalciò in strada lo scatolone che si ribaltò spargendo tutti gli accessori nel vicolo, sbatté la porta e rientrò, ancor furioso e fumante.

‘Una credenza!’ Quell’affermazione si trasformò in un tarlo per l’antiquario che in cuor suo sapeva che l’altro aveva ragione: “Ma come si permette! Proprio nel giorno in cui la vergine è svelata …  ”  Si lamentò e s’indignò a voce alta per diversi minuti ma alla fine tornò in sé e si arrese all’evidenza. S’affannò sul registro in cui teneva le fatture di acquisto, lo percorse a ritroso nel tempo finché non arrivò al giorno prima dell’incidente stradale e quasi impietrì. Suo padre aveva acquistato una credenza antica il giorno precedente alla scomparsa. Gli affari avevano iniziato ad andare male da quando era arrivato quel mobile, non v’era la benché minima ombra di dubbio, la causa e l’effetto gli parvero talmente abbracciati che si diede dello stupido per non averlo capito prima. Prese un lenzuolo dal magazzino e lo utilizzò per coprire pudicamente quell’odiosa credenza, il giorno successivo se ne sarebbe sbarazzato.

Quella stessa notte Venere entrò in Toro.


Michele Gnesotto – Fucina Letteraria