The Social Network Pillory

Diritti inviolabili e burocrazia, due strumenti che incedono sottobraccio nel verso della giusta prudenza, pensati dai padri costituenti come scudo imprescindibile del cittadino.

Di certo nel dopoguerra nessuno poteva prevedere che la società sarebbe cambiata con siffatta celerità. Le nuove discipline tecniche figlie del mondo dell’informatica (ma non solo)  hanno prodotto un balzo così repentino nel modo di vivere dei cittadini impensabile almeno fino agli inizi degli anni ‘80.

Da allora il mondo dei fatti è cambiato, è cambiata la società, sono cambiati gli usi e i costumi. Il termine “cambiamento” è senz’altro riduttivo, più adeguati appaiono i concetti di “accelerazione” , “balzo”, “nuovo paradigma”. In un amen ciascuno di noi è divenuto cittadino del villaggio globale. Effetto Farfalla dunque, un pipistrello svolazza fuori da una grotta nel cuore della Cina rurale e il mondo è sotto scacco pandemico.

Quando desideriamo che un’esperienza proceda secondo un determinato schema, esercitiamo su di essa il controllo (attività proattiva volta alla disciplina della realtà). Questo accade tanto nel contesto individuale quanto in quello sociale (leggi, decreti, burocrazia, politica). Ma cosa accade quando la realtà non risponde al controllo esercitato, insomma non si piega? Bisogna aumentare il livello del controllo, ancora e ancora. E’ chiaro che se il mondo cambia in fretta, il controllo diviene rapidamente inadeguato quanto più complesso e lento è l’organo preposto a esercitarlo. Tradotto: è endemico che il cittadino (organo individuale) si adegui al cambiamento più rapidamente delle istituzioni (nel senso lato di organo complesso) ai cambiamenti epocali: Effetto controllo.

L’Effetto farfalla combinato all’Effetto controllo allarga la forbice tra esperienza attesa (Es. social network come elemento di aggregazione)  ed esperienza reale (Es. social network come arena d’insulti, minacce di morte, critiche esaperate…) innescando  di fatto quell’ipercontrollo ingestibile tanto nell’esperienza individuale (ansia, depressione, comportamenti inadeguati) quanto nell’esperienza sociale ( Es. crescita esponenziale delle cause per diffamazione, molestie, porn revenge, cyber stalking).

Un esempio esemplificativo è quello dell’educazione giovanile: il minorenne si sa, è fascia debole e deve essere rispettato nel suo percorso di crescita. Nel corso degli anni il legislatore è intervenuto a tutela (garanzia) di questa categoria. Elemento sociale senza alcuna ombra di dubbio apprezzabile. Eppure? Eppure il giovane iper-garantito, è di fatto cittadino del villaggio globale grazie all’accesso alle devices informatiche, alla rete, ai social media, ai mezzi di trasporto. Un mondo pensato per gli adulti ma popolato da minorenni spesso sotto mentite spoglie , e viceversa. Un mondo, tra l’altro, nel quale si assiste al disfacimento di quell’istituzione familiare che è stata, di fatto, la vera garanzia delle generazioni passate con diritti, doveri ma anche punizioni appropriate. Il rapido dissolversi di questo substrato culturale e familiare ha spinto il legislatore a nuovi interventi segnando l’innesco dell’Effetto controllo col risultato che  oggi l’iper-protezionismo nei confronti dei giovani sfocia anche in danni collaterali in un domino la cui fine assume contorni ancora indefiniti: scarsa propensione alle regole, rifiuto dell’autorità, bullismo, cyber bullismo,  baby gang, sfide autolesionistiche a scopo puramente esibizionistico in cui il prezzo finale è la vita. Il teatro è quello di un’ondata di nuove generazioni iper-garantite, tutte rivolte ai diritti e poco attente ai doveri. La mia generazione ha fatto la Naja (servizio di leva) , omaggio alla collettività, quelle precedenti si sono immolate in guerra, queste fanno fatica a rinunciare allo spritz che appare un diritto più fondamentale di quello alla salute.

A fare da sfondo a questa triste realtà i social social network. Lo spostamento dalla vita reale a quella virtuale è chiaramente condizionato dalla (almeno apparente) distanza fisica tra i soggetti, una sorta di immunità. Ecco quindi che le regole della vita reale cambiano, sono per così dire accantonate nell’illusione (soltanto apparente) che esse non abbiano a servire. Così in 20 anni la netiquette ha perso qualsiasi forma di decenza, lo strumento si è fatto piazza, vero e proprio luogo di vita virtuale. Oggi, in cambio di un briciolo di visibilità, taluni sono disposti ad ogni sorta azione, soprattutto i giovani i cui mezzi di discernimento non sono ancora formati. I social network/media si fanno beffa delle normative europee e nazionali in materia di vigilanza sui contenuti, di privacy, persino del contesto penale. Veicolatori di astio, intolleranza, cyberstalking,  contribuiscono al montare esponenziale di cause e querele che intasano i tribunali.

E’ il mondo dei codardi ribattezzati simpaticamente con il termine leoni da tastiera. Nei social vince la logica del click (che arricchisce il provider), della fama senza conoscenza, della ricchezza senza fatica:  mete apparentemente a portata di tutti, perché non richiedono competenze  quanto piuttosto  comportamenti fracassosi, esibizionisti purché oltre le righe in una corsa in cui l’asta dell’indecenza si alza sempre di più. Gli strumenti nelle mani delle forze dell’ordine sono pochi in virtù del garantismo da un lato e del continuo progresso tecnologico dall’altro.

La comunità dovrebbe reagire con forza imponendo il divieto a queste società di operare in un modo di fatto illegale. La normalità è bandita a favore dell’eccentrico, dei contenuti gridati, violenti, del sensazionale ancorché stupido, primitivo e demenziale. E’ normale che utente di Facebook possa essere bannato per aver pubblicato la foto di un seno e non, ad esempio, per aver violato ripetutamente la privacy di un altro utente o per averlo diffamato o per aver istigato al suicidio? Non lo è secondo una logica etica, lo invece è da una logica commerciale, purtroppo. I provider dei social network non si sognano certo di spendersi in controlli puntuali dei contenuti, sarebbe impensabile (impraticabile, costoso). Di fatto quindi il controllo è demandato ad algoritmi e qui fallisce il sistema perché gli algoritmi non sono efficaci,  distinguono quello che possono o, a volte, quello che vogliono. Il controllo decade, l’esperienza va alla deriva e spesso deraglia dal cyberspazio alla realtà. Tocca allo stato quindi intervenire a posteriori nelle aule dei tribunali. Questi colossi dovrebbero pagare il conto. Forse il titolare di un locale dove si esercita la prostituzione non commette reato per il solo fatto di non usufruire delle prestazione sessuali?

Oscurantismo? Bando all’Isegoria?

A prescindere dall’ovvia considerazione che ogni diritto finisce laddove lede un diritto altrui, e che il diritto della comunità si dovrebbe elevare rispetto a quello individuale, è opportuno zoommare ancora una volta sull’individuo, elemento costitutivo di qualunque società. Nel secolo scorso (in epoca non sospetta) Josè Ortega Y Gasset (Madrid 1883 – 1955) così si esprimeva:

“ l’uomo oggi dominante è un primitivo, un Naturmensch emerso in mezzo ad un mondo civilizzato. Civilizzato è il mondo, non già il suo abitante; e nemmeno vede in esso la civiltà, ma ne usufruisce come se fosse semplice natura. L’uomo nuovo desidera l’automobile e ne gode; però crede che sia un frutto spontaneo di un albero edenico. Nel fondo della sua anima ignora il carattere artificiale, quasi inverosimile, della civiltà, e non estenderà il suo entusiasmo per gli strumenti fino al princìpi che li fanno possibili. Quando testé, citando alcune parole di Rathenau, dicevo che assistiamo alla «invasione verticale dei barbari», poté sembrare, come di solito, che si trattasse d’una «frase». Adesso si vede che l’espressione potrà enunciare una verità o un errore, ma è, in realtà, l’inverso d’una «frase»: una definizione formale che condensa tutta una complessa analisi. L’uomo-massa attuale è, effettivamente, un primitivo, che dalle quinte è scivolato sul palcoscenico della civiltà…”

Josè Ortega Y Gasset

Si presti bene attenzione che Ortega Y Gasset non sminuisce l’uomo della strada, non fa distinzioni di classe o cultura. L’uomo contemporaneo è come un bambino viziato dalla storia dell’umanità, dalla quale ha ereditato le comodità, la sicurezza, tutti i vantaggi della civiltà, senza correre pericoli. Ha tutto e non ha fatto nulla per ottenerlo, perciò “questo squilibrio lo falsifica, lo vizia alla radice del suo essere vivente, facendogli smarrire il contatto con la sostanza stessa della vita, che è un assoluto pericolo, una fondamentale problematicità”. Egli può fare tutto quello che gli piace giustificato, difeso e spesso protetto dalla tecnologia, dalla società e adesso da un iper-garantismo vincolante che, dall’educazione dei giovani in poi, ha avvitato la società moderna su se stessa schiacciata da un lato dai propri principi, dall’altro dall’economia globale, dall’altro ancora dalla complessità del sistema che, di giorno in giorno, ci rende tutti settorializzati privandoci per questo della visione d’insieme.

Secondo Gasset “Caratteristica della nostra epoca: non è che l’uomo volgare ritenga d’essere eccellente e non volgare, ma che proclami e imponga il diritto della volgarità, o la volgarità come un diritto.” Quanta verità in questa frase pensata nel secolo scorso eppure d’una attualità impressionante.

C’è allora da chiedersi se non convenga fare un passo indietro, insomma una rinuncia. Lo si è fatto ad esempio con la libertà di possedere armi, di fumare nei luoghi pubblici. Perché non chiudere Facebook, ad esempio, finché il provider non sarà in grado fattivamente di far rispettare le regole del rispetto, del decoro, della privacy, del diritto d’autore, contro diffamazione  e  cyberstalking? Questi costi, individuali e sociali, devono essere attribuiti in solido al provider e ai responsabili non già allo stato e alle vittime di cotanta leggerezza. Almeno finché non ci sarà un’identità virtuale imprescindibile all’accesso in rete o strumenti d’intervento sicuri e  immediati, con buona pace del diritto alla privacy.

Riflettere è considerevolmente laborioso; ecco perché molta gente preferisce giudicare.

louis ortega y gasset

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